
Il giornalista e docente - nato a Catanzaro, formatosi tra Roma, Bruxelles e Monaco di Baviera, oggi in Piemonte - firma "Complessità umana. Linearità artificiale", un saggio che usa l'intelligenza artificiale come specchio per ridefinire l'essere umano
In libreria nel 2026 Complessità umana. Linearità artificiale, nuovo saggio di Francesco Pungitore, giornalista, docente di Filosofia e Scienze umane, formatore esperto di IA. Centonovantadue pagine in cui l'autore — calabrese di Catanzaro, con una lunga esperienza romana alle spalle (dal Senato al Bambino Gesù, dalle redazioni nazionali alla cronaca parlamentare) e da quasi un decennio in Piemonte, ad Alba — sostiene una tesi tagliente: l'irruzione dei modelli linguistici non depotenzia la domanda sull'uomo. La riporta, anzi, al suo punto più radicale.
Professor Pungitore, la prima sorpresa di questo libro è che, pur essendo lei un divulgatore di intelligenza artificiale, l'IA fa il suo ingresso solo a metà volume. Una scelta editoriale, o di metodo?
Di metodo, e per una ragione molto precisa. Quando si scrive di intelligenza artificiale partendo dall'intelligenza artificiale, si finisce per concedere alla tecnica la prima parola — e chi parla per primo, in genere, detta anche il vocabolario. Io ho voluto invertire l'ordine. Prima di chiedere che cosa sia una macchina che imita il linguaggio umano, bisogna avere risposto, almeno provvisoriamente, alla domanda preliminare: che cos'è il linguaggio umano? E sotto: che cos'è un essere umano che parla? Senza questa premessa, qualunque discorso sull'IA scivola in una di queste due caricature: la macchina ci salverà, oppure la macchina ci sostituirà. Sono entrambe formule mitologiche, non analitiche. Per disinnescarle ho dovuto costruire prima una antropologia. Solo a quel punto si può guardare l'automa linguistico in faccia, senza idolatria e senza panico.
Il prologo si apre con un manager che non riesce a riempire il quadrante "minacce" di una SWOT su sé stesso. Una scena quasi cinematografica, in un saggio filosofico. Perché?
Perché serviva un'immagine concreta per dire una cosa astratta: che le griglie razionali con cui pretendiamo di descrivere noi stessi sono troppo strette. Il manager riempie senza fatica i quadranti dei punti di forza, delle debolezze, delle opportunità. Inciampa sulle "minacce" perché la consulente non gli ha chiesto le minacce del mercato, ma le sue: e lì, sotto la voce burocratica, affiora un mondo che non ha nulla di manageriale — la paura antica di non essere all'altezza, l'angoscia che gli torna ogni domenica sera, la stanchezza che da mesi non passa più con il riposo, una domanda di senso che non sa nemmeno formulare. Nessuna di queste cose entra nel quadrante, perché la SWOT non è abbastanza grande. La scena dice in dieci righe ciò che il libro spiegherà in duecento pagine: l'umano eccede le griglie con cui prova a descriversi. Quel foglio bianco è la cifra del nostro tempo.
Il sottotitolo del libro — "linearità artificiale" — è di fatto una sua definizione coniata in queste pagine. Come la spiegherebbe a un lettore non specialista?
Linearità artificiale significa esattamente ciò che dice: una sequenza pulita di operazioni, in cui ogni passo è la conseguenza calcolabile di quello precedente, senza scarti, senza esitazioni, senza tremori. È il modo in cui funziona una macchina probabilistica, un grande modello linguistico, un sistema di calcolo: input → trasformazione → output. È, in un certo senso, la realizzazione tecnica del sogno cartesiano: un pensiero senza ombre, una mente trasparente a sé stessa. La complessità umana è il suo esatto contrario. Noi siamo non lineari perché abitati. Da una storia che non abbiamo scelto, da emozioni che la coscienza non controlla del tutto, da ferite che non guariscono mai completamente, da un inconscio che la psicologia del profondo, da Freud a Jung, ha imparato a nominare ma non a esaurire. La linearità è l'ideale di una macchina. La complessità è la cifra di un vivente.
Antonio Damasio, con L'errore di Cartesio del 1994, è uno dei riferimenti più ricorrenti del libro. Perché un libro del 2026 sull'intelligenza artificiale dovrebbe ancora fare i conti con un filosofo del Seicento?
Perché quel filosofo del Seicento ha scritto il software culturale su cui giriamo ancora. Il cogito ergo sum fonda un'antropologia in cui l'uomo è anzitutto res cogitans, cosa pensante: il corpo è macchina, l'emozione è una passione da disciplinare, la ragione è il fondo. Per tre secoli e mezzo la filosofia, la scienza, la politica, l'economia hanno costruito su quel fondamento. Damasio, dalla clinica, lo demolisce. Studia pazienti con lesioni alla corteccia prefrontale ventromediale: hanno quoziente intellettivo, memoria, linguaggio e capacità logiche perfettamente intatti. Eppure non riescono più a decidere nella vita quotidiana. Si rovinano economicamente, perdono le relazioni, mandano in pezzi le proprie esistenze. La ragione, da sola, non basta loro. Senza emozione, dice Damasio, le opzioni si equivalgono e il calcolo resta sospeso. È una rivoluzione antropologica: non siamo macchine razionali che ogni tanto si infiammano di sentimenti — siamo esseri emozionali che ogni tanto si raffreddano in un calcolo. Oggi questa intuizione vale doppio: le macchine che chiamiamo "intelligenti" sono la realizzazione del sogno cartesiano, un cogito senza corpo. Quando le guardiamo, in realtà, guardiamo l'ombra di un'idea che credevamo nostra.
Nel libro lei dedica pagine ampie a un episodio del 1966: la nascita di ELIZA, il chatbot scritto da Joseph Weizenbaum al MIT. Perché un fatto così remoto ha tanto peso?
Perché ELIZA è la madre di tutti gli equivoci che oggi viviamo su larga scala. Era un programma elementare: simulava uno psicoterapeuta rogersiano riformulando in domanda le frasi dell'utente. Eppure gli accadde qualcosa di stupefacente. Le persone, pur sapendo come funzionava, si attaccavano. La segretaria di Weizenbaum, che lo aveva visto scrivere ELIZA riga per riga, un giorno gli chiese di uscire dalla stanza per "parlare con ELIZA in privato". Alcuni psichiatri arrivarono a immaginarlo come strumento di psicoterapia su larga scala. Weizenbaum ne rimase sconvolto, e dieci anni dopo scrisse un libro durissimo — Computer Power and Human Reason — per separare il calcolo dal giudizio. Quel fenomeno ha un nome tecnico: si chiama "effetto ELIZA", e descrive la propensione umana ad attribuire interiorità a qualunque sistema produca linguaggio coerente. Sessant'anni fa era un caso da laboratorio. Oggi, davanti a modelli linguistici incomparabilmente più sofisticati, è diventato un fenomeno di civiltà. Il libro prova a tenere il punto: che una macchina simuli bene la conversazione non significa che dentro la macchina qualcuno la stia avendo.
Tra i capitoli forse più sorprendenti c'è quello dedicato al mito di Chirone, il centauro saggio che cura gli altri ma non può guarire sé stesso. Un mito antico nel cuore di un libro sull'IA. Spiega questa scelta?
Chirone, nelle fonti classiche, è figlio di una madre che lo respinge, allevato da Apollo, ferito da una freccia avvelenata di cui non può guarire. Diventa proprio per questo il maestro di medicina dell'antichità: insegna a curare perché è ferito. Jung ne fece l'archetipo del "guaritore ferito", e tutta la psicoterapia onesta — da Hillman a van der Kolk, da Bowlby in poi — ha riconosciuto in quella figura una verità clinica precisa. Chi accompagna un altro nel dolore non è chi quel dolore non lo conosce, ma chi lo ha attraversato e ne porta cicatrice. Il mito mi serviva per illuminare un'asimmetria decisiva tra umano e macchina. Un grande modello linguistico può "rispondere" su qualunque tema con accuratezza crescente: la perdita di un figlio, la malattia di un genitore, l'angoscia di una notte insonne. Lo fa benissimo proprio perché di tutto questo non è ferito da nulla. Un essere umano risponde sempre da una ferita: la sua autorità nasce lì. L'empatia non è un output. È una memoria di carne.
Lei concede spazio anche ai suoi avversari teorici più forti — Dennett, i Churchland, Metzinger — esponenti del materialismo eliminativo. Perché ospitare nel proprio libro l'obiezione più ostile alla propria tesi?
Perché una tesi che non ascolta la propria obiezione più forte non è una tesi: è una predica. E perché il materialismo eliminativo non è un avversario di paglia: è la posizione filosofica più rigorosa con cui la mia argomentazione deve confrontarsi. Se Dennett ha ragione e il "teatro interiore" è soltanto un'illusione utile prodotta dal cervello; se i Churchland hanno ragione e la nostra psicologia ordinaria — credenze, desideri, intenzioni — è un linguaggio provvisorio destinato a essere superato dalle neuroscienze, come l'alchimia fu superata dalla chimica; se Metzinger ha ragione e l'io è soltanto un'interfaccia operativa, un modello fenomenico del sé in cui ci identifichiamo per errore — allora la distanza tra noi e le macchine si assottiglia parecchio. Ho cercato di non aggirare l'obiezione. La risposta che propongo non sta nei meccanismi: il materialismo, sui meccanismi, ha quasi sempre ragione. Sta nel fatto che la descrizione in terza persona, per quanto raffinata, non esaurisce ciò che accade in prima persona quando un uomo patisce, ricorda, promette, si vergogna, chiede perdono, si trova davanti alla morte di chi ama. Quel punto di vista interno è ciò che nel libro chiamo "qualcuno".
Lei viene da una formazione che incrocia filosofia, comunicazione digitale, tecnologia. Ha un Master in Comunicazione Digitale e un perfezionamento post laurea in Tecnologia per l'Insegnamento, ha studiato a Bruxelles e a Monaco di Baviera, ha lavorato a lungo a Roma e oggi insegna in Piemonte. Eppure è nato a Catanzaro. Quanto contano, in un libro così, queste geografie?
Contano tutte, e non come decorazione biografica. La Calabria — Catanzaro, la mia città natale — è la matrice: è il luogo in cui ho imparato che l'umano è prima di tutto vincolo, di famiglia, di terra, di memoria, e che la vita reale delle persone non rientra mai nei modelli con cui la si vorrebbe leggere. Bruxelles e Monaco di Baviera mi hanno offerto, in stagioni diverse della formazione, lo sguardo europeo: in città così, dove la lingua italiana è una tra molte e la propria cultura è costantemente attraversata da altre, si impara qualcosa di prezioso — che il pensiero non appartiene mai del tutto a chi lo pensa, e che il dialogo è la sua forma originaria, non un suo derivato. Roma mi ha dato la grammatica del linguaggio pubblico: in redazione, al Senato, nella comunicazione di un grande ospedale pediatrico come il Bambino Gesù. Ogni vita era sempre più larga del suo titolo. Il Piemonte, infine, mi ha dato l'aula e con l'aula il tempo lento del pensiero. Senza il sud non avrei la radice. Senza Bruxelles e Monaco non avrei lo sguardo europeo. Senza Roma non avrei la pratica del linguaggio pubblico. Senza Alba non avrei avuto il tempo per scrivere queste pagine.
Il libro è dedicato ai suoi studenti. Cosa hanno a che fare adolescenti di una scuola superiore con un trattato di antropologia filosofica?
Tutto. Quei ragazzi mi hanno insegnato, molto prima dei filosofi che cito nelle pagine del libro, che l'umano non è una struttura semplice: è una struttura abitata. Ogni giorno entrano in classe persone che portano dentro più di quanto la classe possa contenere — una ferita d'origine, un lutto, un padre assente, una notte di insonnia, una domanda di senso che non sa di esserlo e si presenta con il volto della stanchezza, della distrazione, della rabbia, talvolta del silenzio. Una scuola che insegua soltanto la performance, o peggio voglia "ottimizzare" gli studenti come si ottimizza un processo, tradisce questa evidenza elementare. Per questo la dedica non è un omaggio retorico: è un debito. Da professionista che si occupa di intelligenza artificiale tutti i giorni, posso dire questo: la cosa più pericolosa non è che le macchine diventino troppo umane. È che noi diventiamo troppo macchina. Il compito più urgente non è insegnare ai sistemi artificiali a somigliarci sempre meglio. È ricordare a noi stessi che cosa significa essere “umani”.





