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Intervista a Sergio Gaglianese, il manager promotore dell’associazione “La Tazzina della Legalità”

25/05/2026 18:23

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NOTIZIE, RUBRICHE, Attualità, Imprese e aziende,

Intervista a Sergio Gaglianese, il manager promotore dell’associazione “La Tazzina della Legalità”

Luglio 2022. Le fiamme che divorano la torrefazione Guglielmo a Copanello non bruciano solo capannoni: colpiscono un simbolo, un’istituzione, un pezzo

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Luglio 2022. Le fiamme che divorano la torrefazione Guglielmo a Copanello non bruciano solo capannoni: colpiscono un simbolo, un’istituzione, un pezzo di identità calabrese. In quel fumo nero, molti avrebbero visto la fine, Sergio Gaglianese, invece, ha visto l'inizio di una controffensiva strategica.


Non chiamatela solo "associazione". Dietro 'La Tazzina della Legalità' si cela un’operazione di ingegneria sociale: l’intuizione di trasformare il rito più atomizzato e privato del Sud , quello del caffè, in una cellula di resistenza collettiva. Manager di alto profilo, esperto di property management e volto di Confassociazioni, Gaglianese non parla il linguaggio dell'antimafia di facciata. La sua è una visione pragmatica: la legalità non è un decoro morale, è l’unico asset che garantisce la sopravvivenza economica di un territorio.

Oggi andiamo oltre la giacca istituzionale per analizzare l’uomo e la sua strategia: dai tavoli del potere alle radici di una terra che ha scelto di non abbandonare, nonostante il fuoco.

L’Intervista

1. L'attentato alla Guglielmo Caffè è stato il catalizzatore. Se quell'incendio non fosse mai divampato, Sergio Gaglianese starebbe facendo "solo" l'imprenditore o la "tazzina" era un'esigenza latente già pronta a esplodere?

In realtà quella spinta era già latente. Le fiamme hanno segnato più volte il mio percorso: dai cantieri bruciati alle minacce di morte dirette. Non erano episodi isolati, ma la grammatica quotidiana del fare impresa in certi contesti. Ciò che mi frenava era la delusione verso un certo immobilismo istituzionale e quella ritualità vuota dei "post di solidarietà" che evaporano in 48 ore. L’attentato alla Caffè Guglielmo è stato il punto di rottura. Ho capito che non potevo più restare in panchina. Dovevo tornare in campo trasformando la legalità da concetto astratto in una pratica quotidiana e condivisa.

2. C’è un istante preciso in cui ha capito che non poteva più essere solo un osservatore. Cosa ha provato davanti a quel fuoco?

Più che paura, ho provato un senso di responsabilità inevitabile. Quando certi attacchi colpiscono così nel profondo, la neutralità diventa complicità: devi scegliere da che parte stare. L’idea del libro è nata dopo, per dare voce a chi spesso resta nell'ombra: le vittime della ’ndrangheta e chi ha avuto il coraggio di opporsi. Ricordare le stragi del 1992 significa onorare ferite ancora aperte nella coscienza del Paese. Nel libro abbiamo raccolto testimonianze di chi era in prima linea, come gli uomini della scorta di Paolo Borsellino. Il punto è che la criminalità prospera sul bisogno: finché non offriremo dignità e lavoro, ogni battaglia sarà parziale.

3. La "Tazzina" è un’immagine potente. Ma qual è il "motore economico" dietro questo rito? Come si trasforma l’indignazione in borse di studio?

L’indignazione è sterile se non diventa metodo. Abbiamo canalizzato l'emozione in un progetto organizzato, coinvolgendo imprese sane e professionisti. Il nostro "motore" è una rete che condivide responsabilità. Generiamo risorse attraverso eventi e collaborazioni che reinvestiamo direttamente nei giovani tramite borse di studio e percorsi educativi. La vera sfida non è solo contrastare l’illegalità, ma costruire un’alternativa credibile. Insegnare ai ragazzi che esiste un modello di successo senza scorciatoie è il nostro investimento a lungo termine.

4. Lei parla di "legalità conviviale". In un territorio dove il caffè spesso sigla accordi inconfessabili, come si riappropria un simbolo così ambiguo?

Sarebbe ingenuo negare che il caffè sia stato usato per siglare patti opachi. Proprio per questo lo abbiamo scelto: per "bonificare" il simbolo. La "legalità conviviale" ribalta il rito: da luogo del segreto a spazio di condivisione trasparente. Non è retorica, perché si poggia su relazioni verificabili. È una sfida culturale: dimostrare che le nostre tradizioni possono essere restituite alla dignità originale. Oggi quella tazzina non è più un dubbio, è una dichiarazione d'intenti.

5. La Calabria è satura di associazioni. Qual è il vostro reale valore aggiunto rispetto alle realtà storiche?

Non cerco primati, ma efficacia. Il nostro valore aggiunto risiede nelle persone: il board comprende figure che la mafia l’hanno affrontata fisicamente. Penso a Piera Aiello, Nicola Catanese, Mimmo Scordino o imprenditori come Tiberio Bentivoglio. Siamo "outsider" nel senso più puro: non riceviamo contributi pubblici e non rispondiamo a logiche di potere. Questa indipendenza ci permette di dire verità scomode. Più che i numeri, ci interessa il metodo: trasformare la legalità da evento sporadico a sistema continuo.

6. Lei coinvolge scuole e Università (UMG). Come evita che questi incontri diventino solo "ore di vacanza" per gli studenti?

Rifiutiamo i protocolli rigidi e le lezioni teoriche. Portiamo storie vive. I ragazzi conoscono Falcone e Borsellino dai libri, ma ascoltare il racconto di chi era nei dispositivi di scorta cambia la prospettiva. Lo stesso vale per le vicende di ingiusta detenzione, che mostrano le fragilità del sistema. In quel momento non è più una lezione, è un'esperienza che ti attraversa. Gli anticorpi civili non si creano con i moduli formativi, ma con l’esempio e la verità.

7. Come concilia l’attività professionale con un ruolo pubblico così esposto? Quali filtri applica alle sue partnership?

L’esposizione attira critiche, è fisiologico. La mia scelta è la separazione netta: l’attività professionale e quella associativa viaggiano su binari distinti. "La Tazzina della Legalità" è puro volontariato, non uno strumento di marketing. Per le partnership applico il filtro della coerenza assoluta: lavoro solo con realtà che non presentano zone grigie. La credibilità è un capitale che si costruisce con l'allineamento tra ciò che si dice e ciò che si fa.

8. Dopo il Premio Ambrosoli e la Camera dei Deputati, qual è la "Fase 2"? Diventerete una lobby etica?

I premi, come l’Ambrosoli o l’Aragona, sono responsabilità che si rinnovano, non medaglie da appendere. La "Fase 2" è l'evoluzione da brand di sensibilizzazione a piattaforma propositiva. Vogliamo incidere sulle politiche legislative, specialmente riguardo al supporto alle imprese vittime di racket e alla gestione dei beni confiscati. L’ambizione è diventare un interlocutore nazionale credibile: dopo aver acceso la luce, dobbiamo trasformarla in un faro che orienti il cambiamento strutturale.

9. Ricevere "bravo" pubblici e silenzi privati: si è mai sentito solo in questa staffetta?

Sì, la solitudine è parte del processo. I silenzi nel privato a volte pesano più delle critiche pubbliche. Tuttavia, questa solitudine non mi indebolisce, mi tempra. Ho già affrontato fasi complesse nella vita e ho imparato a trasformare l'isolamento in energia. È in quei momenti di silenzio che ritrovo la spinta per andare avanti, nonostante tutto.

10. Chi è Sergio Gaglianese quando spegne il telefono? Qual è il suo "luogo sicuro"?

In realtà il telefono non si spegne quasi mai: le responsabilità non hanno orari. Il mio vero "porto sicuro" è la famiglia. Tornare a casa significa spogliarsi dei ruoli e ritrovare la dimensione autentica dell’essere. È quella normalità, fatta di affetti semplici, che mi permette di rigenerare l'energia necessaria per le battaglie del giorno dopo.

11. Quanto deve ai valori della sua famiglia e cosa cerca di trasmettere ai suoi figli?

Più che di successo, parlerei di coerenza. Se oggi ho la forza di metterci la faccia, lo devo ai valori ricevuti: l'insegnamento che non ci si può sempre voltare dall'altra parte. Ai miei figli cerco di trasmettere proprio questo: il coraggio delle proprie azioni. I valori restano parole se non diventano comportamenti quotidiani, anche quando è scomodo.

12. Hobby o passioni che il pubblico non sospetterebbe? Cosa la tiene ancorato a terra?

Leggo moltissimo, circa sessanta libri l’anno, spaziando dai noir alla saggistica. Mi piace approfondire, conoscere gli autori, andare oltre la pagina. Poi c'è lo sport: il calcio — con il cuore diviso tra Catanzaro e Inter — e il tennis. Ammetto che guardare Sinner mi mette a dura prova: l'emozione spesso vince sulla tranquillità. Infine, sono profondamente "ammalato di Calabria": ho avuto offerte importanti altrove, ma ho sempre scelto di restare. È un legame che mi definisce.

13. Sergio, tra dieci anni, come vorrebbe essere ricordato dai suoi concittadini?

Mi basterebbe essere ricordato come una persona che non ha mai finto di non vedere. Qualcuno che ha scelto di esporsi, accettando di non essere simpatico a tutti, pur di restare coerente. Non cerco monumenti, ma la consapevolezza di aver lasciato un segno di onestà intellettuale in chi mi ha incontrato.



 

Abbiamo iniziato parlando di fiamme e concludiamo parlando di visione. Sergio Gaglianese oggi scardina un pregiudizio pericoloso: l’idea che la legalità sia un lusso per sognatori o un fastidio burocratico. Al contrario, la sua analisi ci dice che è la più alta forma di strategia competitiva. È l’unico ecosistema in cui un’azienda può prosperare senza essere parassitata dal malaffare.

La lezione della 'Tazzina della Legalità' è un monito sistemico: il coraggio di un singolo è solo un cerino nel buio, ma una rete di professionisti e cittadini consapevoli è un incendio controllato che illumina il futuro di un'intera regione. Sergio ha fatto la sua mossa, trasformando un trauma collettivo in un asset sociale. Ora, la responsabilità di mantenere accesa quella luce spetta a noi.