
Quando sul sagrato della Chiesa Maria Immacolata di Pontegrande si è concluso il musical Fatima – Storia di una presenza, il pubblico ha applaudito un'emozione condivisa, un messaggio, una fatica collettiva, una comunità che aveva scelto di esserci.
La sera del 27 giugno 2026, nel quartiere Pontegrande di Catanzaro, il Teatro Spirituale della Parrocchia Maria Immacolata, guidato da Don Andrea Gasparro e sostenuto da oltre quaranta volontari e dall'Associazione Anthropino APS, ha portato in scena un'opera pensata per lasciare una traccia, una domanda, una luce. La forza della serata nasceva dall'umanità di chi era sul palco e di chi, dietro le quinte, aveva reso possibile ogni gesto.
Fatima nasce nel 1917, in un'Europa ferita dalla guerra, tra trincee, fame e paura. In quel mondo che sanguina, il racconto di tre piccoli pastori che incontrano la Vergine Maria diventa una risposta silenziosa al rumore della storia. Il messaggio raggiunge tre bambini semplici e invisibili, e in quella scelta si rivela la forza della speranza.
Oggi parole come preghiera, sacrificio, conversione e pace sembrano lontane nell'era delle intelligenze artificiali. Eppure tornano attuali mentre il mondo ripete gli stessi errori. Guerre, tensioni, solitudini, crisi umanitarie, immagini di dolore che entrano nelle nostre case. Il 1917 non è così distante. Cambiano le armi e i linguaggi, ma la ferita dell'uomo davanti alla violenza resta identica. Resta anche il bisogno di pace e la domanda su cosa possiamo fare nel nostro piccolo.
Portare Fatima su un palco oggi significa far parlare una storia nata nella guerra a un tempo che cerca ancora una direzione. Significa ricordare che la pace nasce anche dai gesti più umili, dal ritrovarsi, dal collaborare, dal costruire qualcosa insieme. Dalla fiducia che la semplicità del cuore possa ancora fare la differenza.
Una delle scene più potenti della serata è stata l'introduzione del diavolo, non come mostro caricaturale, ma come figura quasi elegante e amichevole, che invita tutti a voltarsi dall'altra parte e a non guardare dove non c'è niente da vedere. È l'ignoranza offerta come libertà, la distrazione spacciata per pace. Quella scena ha detto qualcosa che il nostro tempo conosce bene: il male più pericoloso è lasciare che siano gli altri a scegliere per noi, convincendoci che, in fondo, abbiamo un problema in meno di cui occuparci. E si sa: se l'occhio non vede, il cuore non duole.
Sul sagrato non c'erano mezzi professionali né attori esperti. C'era un teatro amatoriale fatto di strumenti di recupero, prove, stanchezza, imprevisti, mani disponibili e tempo donato. L’essenziale era al posto giusto. C'era il desiderio di esserci, la volontà di offrire qualcosa alla comunità, il coraggio di affrontare la mancanza di risorse e di riunirsi attorno a un obiettivo comune.
Per molti era la prima volta su un palco, la prima volta davanti a un pubblico così numeroso, la prima volta dentro una storia da sostenere con la voce e con il corpo. Bisognava cantare, ballare, coordinarsi, superare l'imbarazzo, attraversare la paura di sbagliare. In quella fragilità esposta lo spettacolo ha trovato la sua verità. Il teatro amatoriale mostra la persona dietro il personaggio, il tremore della voce, il sorriso che cerca coraggio, l'emozione che avvicina chi guarda e chi viene guardato.
Il pubblico lo ha sentito. La partecipazione è cresciuta scena dopo scena, in applausi che erano presenza e ascolto. La lunga standing ovation finale ha raccolto gratitudine, commozione e sorpresa. Ha celebrato la capacità di creare qualcosa di grande anche senza grandi mezzi, una comunità che ha scelto di costruire invece di limitarsi alla sola partecipazione, una parola giusta in un periodo difficile.
In un'epoca che spinge verso l'isolamento e l'individualismo, un'esperienza come questa ha un valore enorme. Riunire persone diverse attorno a un progetto comune è già un gesto controcorrente. Farlo attraverso il teatro, il canto, la danza e la fede significa ricordare che una comunità nasce dalla presenza.
Fatima parlava a un mondo ferito dalla guerra. La parrocchia Maria Immacolata di Pontegrande, nel 2026, ha scelto di riascoltare quel messaggio e di restituirlo al presente attraverso i volti e le voci dei suoi volontari, provando a dargli forma e dimostrando che, a volte, la luce non arriva dall'alto dei grandi mezzi, ma sa nascere anche dal basso, dalle mani semplici di chi sceglie di creare comunità.
Gabriele Ruggiu




