
Dal 6 al 12 luglio, l’edizione “L’Essere e il Presagio” con gli artisti Saverio Todaro e Mauro
Mezzina e la visione letteraria della scrittrice Eliana Iorfida
Torna per la sua nona edizione Sense, il progetto culturale ideato e promosso dal MABOS - Museo
d’Arte del Bosco della Sila, laboratorio permanente di creatività e partecipazione, immerso nei
boschi della Sila Piccola catanzarese.
Qui, negli anni, Sense è diventato un appuntamento atteso, riconosciuto e partecipato, capace di
unire arte, cultura, territorio e innovazione sociale. Quest’anno si aggiunge una novità: la residenza
d’arte contemporanea, dal 6 al 12 luglio, si svilupperà lungo il corso del fiume Melito, nell’area
simbolica dedicata a Gioacchino da Fiore.
Il titolo dell’edizione, “L’Essere e il Presagio”, definisce una traiettoria poetica e concettuale che
attraversa il paesaggio: il fiume diventa asse narrativo, linea viva che connette spazio, tempo e
linguaggio.
Elemento centrale del progetto è un vincolo che diventa anche metodo: le opere cercano tra di loro
un dialogo continuo, nell’area di Gioacchino da Fiore, all’interno del Mabos. Una interroga il
presente, l’altra apre al presagio. Tra le due, il visitatore è chiamato a farsi corpo di passaggio e
interpretazione.
Protagonisti saranno Saverio Todaro, artista nato a Berna ma formatosi all'Accademia di Belle Arti
di Torino, per poi portare avanti, sin dagli anni ’90, la sua ricerca che indaga i sistemi di
comunicazione, la biologia, le reti globali e le dinamiche dell’immateriale. Nell’ambito di Sense,
presenterà Oracolo, un’opera che parte dalla materia grezza e la assembla in un elemento interattivo
che si erge come soglia tra il sentiero della passeggiata poetica e il fiume.
È un “oracolo” contemporaneo, costruito con ciò che normalmente resta nascosto, sotto l’intonaco.
La superficie, rifinita in oro, non richiama il potere ma la trasformazione della materia: una luce che
rende visibile ciò che è marginale. L’interazione è essenziale: la presenza del pubblico attiva
vibrazioni e risposte fisiche dell’opera. Todaro traduce così la “Trinità dei tempi” di Gioacchino da
Fiore in esperienza fisica: l’essere umano sta nel mezzo, tra ciò che costruisce e ciò che gli viene
rivelato.
Lo scultore Mauro Mezzina, diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Bari, dove ora insegna
Tecniche e tecnologia della scultura, invece, realizzerà, lungo la riva del Melito, un tappeto di
marmo, disteso a terra come un dispositivo di attraversamento e lettura. La sua opera si struttura
come un intreccio di segni naturali, paragonabili a una trama tessile antica, ma destinati al tempo
lento dell’acqua, del muschio e del passaggio umano. Ogni venatura del marmo diventa superficie
sensibile, paesaggio domestico. La fruizione chiede un gesto fisico: bisogna chinarsi, rallentare,
“ritrovarsi” nell’atto stesso di guardare ed entrare in connessione con il suolo e il flusso del fiume.
La curatela letteraria è affidata alla scrittrice e archeologa Eliana Iorfida, che attraversa le opere non
come descrizione ma come innesto narrativo, trasformando il progetto in un’esperienza di parola e
visione. La sua visione letteraria attraversa “L’Essere e il Presagio” come il Melito attraversa la
Sila: sottotraccia, portando sedimenti. Tra Todaro e Mezzina, Iorfida inserisce il tempo del
racconto. La sua scrittura rende esplicito ciò che le opere suggeriscono: l’essere non è dato, è
presagio e si annuncia solo a chi accetta di fermarsi sulla soglia.
Il pensiero di Gioacchino da Fiore, che interpretava la storia come rivelazione progressiva, in tal
modo viene riletto attraverso il corpo e il paesaggio. Il lavoro degli artisti non è virtuosismo, è
necessità. Nessun “Oracolo” funziona senza il riflesso del Tappeto. Nessun tappeto ha la sua totale
funzione senza la soglia dorata che lo precede.
“Questa residenza, per noi, rappresenta un atto di fiducia verso il territorio e verso chi, come
Todaro e Mezzina, accetta la sfida di rispondere con l’arte agli stimoli di un luogo che ha già una
voce antichissima. Il Mabos continua così il suo cammino: fare del bosco una casa aperta, dove
l’essere umano non è spettatore, ma, in linea con gli insegnamenti gioachimiti, rappresenta il terzo
elemento che completa il presagio” spiega il fondatore del Mabos, Mario Talarico, ricordando che
l’arte è un esercizio quotidiano necessario per il corpo e l’anima.





