
Il patrimonio pretiano conservato a Taverna, città natale di Mattia Preti (1613-1699), costituisce
uno dei nuclei più significativi dell'arte barocca meridionale conservati nel luogo d'origine
dell'artista. La presenza di opere distribuite tra il Museo Civico, il complesso conventuale di San
Domenico e la chiesa di Santa Barbara rappresenta un caso pressoché unico nella storia dell'arte
italiana, poiché consente di leggere in maniera organica l'evoluzione stilistica e spirituale del
cosiddetto “Cavalier Calabrese”. I restauri condotti dall'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, uno
dei più autorevoli istituti di conservazione al mondo, hanno restituito leggibilità estetica e stabilità
materiale a numerosi dipinti pretiani, offrendo al contempo nuove acquisizioni scientifiche sulla
tecnica esecutiva dell'artista e sullo stato di conservazione delle opere. L'intervento dell'istituto
fiorentino si inserisce in una lunga storia di tutela che ha interessato il patrimonio tavernese
soprattutto dopo il traumatico furto del 1970 e le successive campagne di recupero e valorizzazione.
Nato a Taverna nel 1613, Mattia Preti sviluppò la propria formazione artistica tra Roma, Napoli e
Malta, diventando uno dei massimi protagonisti del Seicento europeo. La sua pittura si colloca in
una posizione originale tra il naturalismo caravaggesco, il classicismo emiliano e il dinamismo
scenografico del barocco maturo. Dopo l'esperienza romana e il decisivo soggiorno napoletano,
culminato negli anni della peste del 1656, l'artista raggiunse Malta, dove realizzò il grandioso ciclo
della Concattedrale di San Giovanni a La Valletta, opera che consacrò definitivamente la sua fama
internazionale. Nonostante la lunga permanenza lontano dalla Calabria, Preti mantenne un legame
costante con Taverna. Negli ultimi decenni della sua vita inviò alla città numerose pale d'altare e
dipinti destinati alle principali chiese cittadine, trasformando il centro silano in una sorta di museo
diffuso della propria produzione matura. Tali opere costituiscono oggi una testimonianza
fondamentale per comprendere la fase finale della sua ricerca artistica. L'Opificio delle Pietre Dure,
istituzione che affonda le proprie radici nella manifattura medicea fondata nel 1588 e divenuta nel
Novecento uno dei più avanzati centri internazionali per il restauro, ha svolto un ruolo determinante
nella conservazione del patrimonio pretiano di Taverna. Gli interventi effettuati hanno seguito i
criteri contemporanei della conservazione scientifica: analisi diagnostiche preliminari, studio
stratigrafico delle superfici pittoriche, consolidamento dei supporti tessili, rimozione delle vernici
alterate e reintegrazione pittorica secondo il principio della riconoscibilità. Le operazioni hanno
consentito di recuperare la straordinaria qualità cromatica della tavolozza pretiana, spesso oscurata
da ossidazioni, depositi superficiali e restauri incongrui eseguiti nei secoli precedenti. Dal punto di
vista metodologico, tali restauri non hanno avuto il semplice scopo di restituire brillantezza alle
immagini, ma hanno permesso di approfondire la conoscenza dei processi creativi dell'artista,
mettendo in evidenza pentimenti, modifiche compositive e peculiarità tecniche che contribuiscono
alla definizione del catalogo autografo pretiano. Nel Museo Civico di Taverna, ospitato nell'antico
convento domenicano, sono conservate alcune tra le opere più rappresentative della produzione
dell'artista, tra cui la celebre Madonna degli Angeli con i santi Michele Arcangelo e Francesco
d'Assisi, il San Girolamo e altri dipinti provenienti dagli edifici religiosi della città. Il restauro ha
restituito piena leggibilità alla costruzione luministica delle opere, consentendo di apprezzare
nuovamente il dialogo tra luce e ombra che costituisce uno degli elementi più caratterizzanti del
linguaggio pretiano. La pulitura ha evidenziato la raffinata modulazione dei rossi veneziani, degli
azzurri lapislazzuli e delle terre calde che definiscono le volumetrie delle figure. Sotto il profilo
estetico, emerge con particolare evidenza la capacità di Preti di fondere la drammaticità
caravaggesca con una dimensione contemplativa più pacata, tipica della sua maturità maltese. La
materia pittorica appare vibrante, costruita mediante velature trasparenti e rapidi colpi di pennello
che conferiscono alle superfici una vitalità quasi musicale. La chiesa monumentale di San
Domenico rappresenta il principale contenitore dell'opera pretiana in Calabria. Qui si conserva un
complesso di tele che documentano il rapporto privilegiato tra l'artista e l'ordine domenicano. Dopo
il degrado storico dell'edificio, il furto del 1970 e il successivo recupero delle opere, si è resa
necessaria una vasta campagna di restauri che ha coinvolto sia l'architettura sia il patrimonio
pittorico. Gli interventi dell'Opificio hanno evidenziato l'eccezionale qualità esecutiva delle grandi
pale d'altare. La rimozione delle ridipinture ha riportato alla luce l'originale intensità luminosa delle
composizioni, nelle quali la narrazione religiosa si sviluppa attraverso una regia teatrale di grande
efficacia. Dal punto di vista critico, le opere di San Domenico mostrano un Preti ormai pienamente
consapevole del proprio linguaggio. Le figure monumentali, immerse in una luce soprannaturale,
assumono una presenza quasi scultorea. L'artista supera il naturalismo del primo Seicento per
approdare a una visione più metafisica e spiritualizzata della realtà. La chiesa di Santa Barbara,
matrice storica della comunità tavernese, custodisce alcune delle testimonianze più significative del
rapporto tra l'artista e la propria città natale. Qui il restauro ha avuto un'importanza particolare
poiché ha consentito di recuperare opere che per secoli hanno svolto una funzione devozionale
diretta, risultando pertanto esposte a condizioni conservative particolarmente delicate. Le analisi
effettuate durante gli interventi hanno confermato la complessità della tecnica pretiana,
caratterizzata da una preparazione accurata del supporto, da stesure pittoriche sovrapposte e da una
raffinata gestione degli effetti luministici. La pulitura ha restituito la profondità spaziale delle
composizioni e la qualità espressiva dei volti, spesso attenuata dall'ingiallimento delle vernici. Dal
punto di vista iconografico, queste opere testimoniano il forte radicamento dell'artista nella cultura
religiosa post-tridentina. La pittura diviene strumento di meditazione e di persuasione spirituale,
secondo i principi della Controriforma, ma senza rinunciare a una straordinaria forza poetica. I
restauri dell'Opificio delle Pietre Dure hanno contribuito a modificare la percezione critica
dell'ultimo Mattia Preti. Per lungo tempo la storiografia ha privilegiato il periodo romano e
napoletano, considerandolo il vertice della sua produzione. Le campagne conservative più recenti
hanno invece mostrato come le opere destinate a Taverna rappresentino una fase di altissima
maturità espressiva. In esse si coglie una sintesi perfetta tra esperienza tecnica, profondità spirituale
e consapevolezza formale. La luce non è più soltanto un espediente drammatico, ma diventa
elemento metafisico; il colore non costruisce semplicemente i volumi, ma genera atmosfere
emotive; la composizione trascende la narrazione per assumere un valore simbolico universale. Le
opere di Mattia Preti conservate nel Museo Civico, nel complesso di San Domenico e nella chiesa
di Santa Barbara costituiscono oggi uno dei più importanti patrimoni del barocco europeo presenti
nel Mezzogiorno d'Italia. L'attività di restauro svolta dall'Opificio delle Pietre Dure di Firenze ha
rappresentato non soltanto un intervento conservativo di eccellenza, ma anche un fondamentale
momento di ricerca scientifica e di rilettura storico-artistica. Grazie a tali interventi è stato possibile
recuperare la piena leggibilità di capolavori che continuano a testimoniare il genio di Mattia Preti,
artista capace di trasformare la propria città natale in un luogo privilegiato della memoria e
dell'identità culturale del Seicento mediterraneo.
Rita A. Cardamone





