
Le immagini del primo Pride di Catanzaro offrono uno spaccato eloquente su come vengano interpretate oggi la piazza e la rivendicazione dei diritti, appellandosi formalmente ai principi della Carta costituzionale, come già avvenuto in occasione di un precedente intervento critico pubblicato su La Nuova Calabria. In quell'articolo si evidenziava come certe manifestazioni pubbliche rischiassero di svuotare il pluralismo per cedere il passo a imposizioni ideologiche intolleranti verso le voci dissenzienti. La reazione registrata in seguito, tradottasi in attacchi personali diretti anziché in un confronto politico e civile nel merito, spinge inevitabilmente a riflettere: questa è la democrazia? E sono questi i diritti che simili movimenti pretendono di difendere e promuovere nello spazio pubblico?
Osservando le fotografie della kermesse catanzarese, balza immediatamente agli occhi la scelta delle modalità estetiche e comportamentali adottate per sfilare nelle strade della città. Abiti succinti, costumi oltraggiosi, travestimenti estremi e codici visivi provocatori caratterizzano un corteo che ben poco ha a che spartire con il serio e sobrio dibattito giuridico sui diritti civili. L'effetto di una simile esposizione finisce per offendere il comune senso del decoro e polarizzare ulteriormente la cittadinanza, trasformando la rivendicazione di un diritto in una kermesse di aperta rottura con la sensibilità collettiva e con il rispetto istituzionale dei luoghi vissuti da tutti i cittadini.
A rendere il quadro ancora più surreale si aggiunge un macroscopico cortocircuito geopolitico, ben visibile nell'esibizione disinvolta di bandiere della Palestina da parte dei partecipanti. Viene da chiedersi se un simile corteo, con le medesime bandiere, i medesimi costumi e la medesima libertà espressiva, verrebbe mai tollerato o permesso in territori come Gaza o in regimi di stampo autoritario come Cuba. È noto come in quei contesti le libertà civili, il dissenso politico e i diritti fondamentali delle persone omosessuali siano storicamente calpestati, repressi o addirittura perseguiti penalmente e puniti severamente con la reclusione o i campi di lavoro forzato.
In questo atteggiamento risiede una manifesta contraddizione e una profonda confusione culturale. Sventolare i simboli di Paesi e culture profondamente illiberali all'interno di una democrazia occidentale significa utilizzare cinicamente le garanzie e le libertà costituzionali che uno Stato democratico assicura, proprio per poterlo contestare, strizzando contemporaneamente l'occhio a regimi e realtà geopolitiche che non tollererebbero per un solo istante l'esistenza, la libertà e la dignità di quei medesimi manifestanti se si trovassero a sfilare nelle loro piazze.
Claudio Maria Ciacci







