
C'è un rumore che più di ogni altro misura il termometro della convivenza civile nelle nostre città, non è il traffico dell'ora di punta e nemmeno il martellare dei cantieri alle otto del mattino. È quel basso sintetico a frequenza sismica che fa tremare i vetri delle finestre all'improvviso, magari alle tre di notte, mentre una vettura sfreccia via nell'indifferenza generale.
La segnalazione di un nostro lettore riporta al centro del dibattito un tema apparentemente "minore", ma profondo: la maleducazione acustica su quattro ruote.
Non parliamo di chi ascolta la radio a finestrino aperto in un pomeriggio d'estate, qui si tratta di un vero e proprio bullismo sonoro itinerante che comporta il “fattore sorpresa” in quanto l'aggressione acustica arriva senza preavviso, spezzando la quiete della notte e cancellando in un secondo il confine tra spazio pubblico e sfera privata.
Ci troviamo di fronte una sorta di effetto “discoteca mobile” grazie a dei potentissimi subwoofer e impianti stereo customizzati (impianti dal costo spesso superiore all’auto stessa!) che trasformano l'abitacolo in una consolle su ruote, dove l'obiettivo principale non sembra essere l'ascolto personale, ma la proiezione di sé nello spazio altrui.
«Possibile che la nostra bellissima città, - si chiede il nostro lettore - abitata per la maggior parte da persone educate, debba subire la cattiva educazione di pochi?».
Questa domanda sintetizza il senso di frustrazione di chi vive la città: la sensazione che la vivibilità urbana venga ostaggio di una minoranza chiassosa.
Il punto nodale della protesta risiede nel contrasto tra la frequenza del fenomeno e l'apparente rassegnazione delle forze dell'ordine e della polizia locale. Se per un divieto di sosta la sanzione è puntuale, per l'inquinamento acustico molesto sembra vigere una sorta di zona franca.
La vivibilità di un centro urbano non si misura solo dalle grandi opere o dalla pulizia delle strade, ma anche dalla tutela del diritto al riposo e dalla capacità di far rispettare le regole base del vivere comune.




