
La scia di sangue che ha attraversato le cronache degli ultimi giorni impone una
riflessione che vada oltre l’emozione del momento. Come specialisti Criminologi,
di fronte all’incremento di questi delitti, abbiamo il dovere di spostare il dibattito
dalla emotività della cronaca alla freddezza della evidenza scientifica. Quindi,
superare la tentazione di archiviare ogni tragedia come una fatalità imprevista.
La verità investigativa e criminologica ci dice l’esatto contrario: il femminicidio
non è quasi mai un fulmine a ciel sereno, ma l’atto finale di una
progressione ampiamente prevedibile. La Magistratura deve effettuare un
cambio di passo. E’ chiamata ad una lettura più attenta dei premonitori
campanelli di allarme nei contesti di rischio omicidiario.
“Il mito del raptus”.
Nel dibattiti pubblici, ed anche nelle aule di Giustizia, sentiamo ancora parlare
di “raptus” o di temporanea perdita di controllo. In Criminologia, questi concetti
difettano di riscontro empirico. Gli autori di questi delitti non agiscono per una
improvvisa “tempesta emotiva”, ma all’interno di una cornice patologica di
“coercive control” (controllo coercitivo) e di una rigida “Intimate Partner
Homicide Timeline” (la linea del tempo dell’omicidio del partner). Nessuno
uccide da un giorno all’altro!
Il delitto è preceduto da una fase prodromica, fatta da indicatori precisi:
minacce ripetute di morte, pedinamenti, stalking, messaggi ossessivi, tentativi di
isolamento, controlli asfissianti. Questi comportamenti non sono semplici
“dissapori”, ma sono invece vere e proprie cartine di t0rnasole di un esito
letale!!
Il limite della Magistratura: la sottovalutazione del rischio.
Il problema centrale, dinanzi all’escalation in questo ultimo periodo, sei delitti
in sei giorni, non è per inadeguatezza del codice penale, ma per inefficacia del
filtro giudiziario, incapace di riconoscere la gravità dei segnali preliminari.
Troppo spesso, di fronte ai c.d. “reati spia”, -come lo stalking o maltrattamenti-,
si assiste ad una pericolosissima sottovalutazione o a tempi burocratici
incompatibili con l’urgenza criminologica. I Magistrati devono superare
l’approccio burocratico e l’analisi asettica dei singoli episodi isolati. E’
necessaria una analisi sostanziale e specializzata del contesto relazionale per
valutare la condotta progressiva e proteggere la vittima prima che il pericolo si
concretizzi. Un fascicolo lasciato per settimane su di una scrivania in attesa
di accertamenti, può fare la differenza tra la vita e la morte!!
Dalla burocrazia alla scienza: applicare il Risk Assessment (processo di
valutazione del rischio).
Prendere sul serio i segnali premonitori significa abbandonare l’intuito soggettivo
e affidarsi agli strumenti che la Criminologia Clinica e Forense mette a
disposizione. Esistono protocolli scientifici standardizzati di valutazione del
rischio, -(come l’SARA cecklist -strumento di valutazione strutturata del rischio
per analizzare la probabilità di recidiva, in caso di violenza nelle relazioni intime-
o lo Odara -anch’esso strumento standardizzato per valutare il rischio di recidiva
nei casi di violenza domestica-)-, verificati a livello internazionale per stimare la
probabilità di recidiva e il potenziale di letalità di un soggetto maltrattante.
Questi strumenti devono diventare uno standard operativo permanente, un
protocollo vincolante per gli Uffici Giudiziari che si occupano di violenza di
genere. Capire se un uomo ha accesso alle armi, se ha subito una recente
frustrazione, (come una separazione), o se manifesta tratti ossessivi, permette di
applicare misura cautelari reali, tempestive e blindate. Solamente quando la
Magistratura smetterà di sottovalutare i segnali di pericolo, affrontando ogni
denuncia con precisione millimetrica e urgenza inderogabile, spezzeremo la
linea temporale del delitto, fermando la mano dell’assassino prima dell’estremo,
atroce atto criminoso.
Criminologo Dott. Vitaliano Fiorentino




