
Cinquecento euro al mese sono il tetto, non la regola. E il fondo basta per una frazione dei genitori che il Ministero dice di voler aiutare
Nelle aule dei tribunali della famiglia c’è una scena che nessun comunicato ministeriale racconta. Il giudice assegna la casa familiare al genitore con cui i figli vivono stabilmente. L’altro, quasi sempre il padre, esce con una valigia, un assegno di mantenimento da versare ogni mese e spesso la rata di un mutuo per un appartamento in cui non tornerà. Da quel giorno deve trovare un tetto per sé e una stanza per i figli.
Da qui l’idea di prevedere il fondo per il sostegno abitativo dei genitori separati o divorziati, istituito presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti dalla Legge di Bilancio 2026 (legge 30 dicembre 2025, n. 199) con 20 milioni di euro l’anno a decorrere dal 2026. Il decreto attuativo ha ricevuto il 14 settembre l’ultima firma, quella del Ministro dell’Economia. Mancano la pubblicazione e l’avviso che aprirà la piattaforma: fino ad allora nessuno può presentare domanda.
I requisiti sono ragionevoli: separazione o divorzio, mancata assegnazione dell’abitazione familiare di proprietà, almeno un figlio a carico sotto i ventuno anni, regolarità nel mantenimento, un contratto di locazione registrato a proprio nome, reddito individuale non superiore a 35.000 euro. Restano fuori gli assegnatari di case popolari, chi riceve altri sussidi abitativi e chi possiede un’altra abitazione entro cinquanta chilometri. Giusto l’abbandono dell’ISEE, che per il genitore uscito di casa fotografa un nucleo che non esiste più. Giusto anche pretendere la regolarità nel mantenimento: lo Stato non può pagare l’affitto a chi non paga quanto deve ai figli.
Il problema sono i numeri. I «500 euro al mese» sono un tetto, non l’importo: il contributo copre metà del canone, fino a 6.000 euro l’anno. Chi paga 600 euro di affitto ne riceverà 300, in un’unica soluzione, al termine di una graduatoria. Il Ministero stima quindicimila beneficiari. Ma al tetto massimo venti milioni bastano per poco più di tremilatrecento genitori; per raggiungerne davvero quindicimila il contributo medio scende a circa 1.330 euro l’anno, 111 euro al mese. Tra i cinquecento euro raccontati e i centoundici possibili passa la distanza tra la comunicazione politica e la legge di bilancio.
La graduatoria premierà il numero dei figli, la disabilità, la disoccupazione involontaria e la residenza nei Comuni ad alta tensione abitativa; le somme saranno ripartite tra le Regioni anche in base agli indicatori abitativi e reddituali. Il Mezzogiorno dovrà vigilare: qui il peso dell’affitto va misurato sui redditi, non sui canoni.
Da avvocato, vedo tre nodi. Il primo: la misura esclude i genitori non sposati. Eppure l’art. 337-bis c.c. applica le stesse regole su affidamento e casa familiare ai figli nati fuori dal matrimonio. Il padre convivente che lascia l’abitazione per effetto di un provvedimento del giudice ai sensi dell’art. 337-sexies c.c. è nella stessa condizione del separato, ma resta escluso: una disparità difficile da difendere alla luce degli artt. 3 e 30 della Costituzione.
Il secondo: la legge parla di non assegnatari dell’abitazione familiare «di proprietà». Presa alla lettera, esclude chi ha lasciato una casa in affitto, cioè proprio chi un patrimonio immobiliare non lo ha. Qui non basta una circolare: serve una correzione del legislatore.
Il terzo: l’avviso dovrà chiarire come si accerta il figlio «a carico» per il genitore non collocatario, pena l’esclusione del destinatario naturale della misura. Senza contare che un contributo pagato a consuntivo arriva quando il momento peggiore, tra cauzione e primi canoni, è già passato.
Il merito della norma va riconosciuto: per la prima volta la legge tratta la separazione anche come un problema abitativo. Ma un fondo che copre una frazione della platea annunciata rischia di diventare una lotteria gestita con lo SPID. Servono una dotazione commisurata alle separazioni con figli, un contributo che arrivi quando serve, l’estensione ai non coniugati e a chi lascia una casa in affitto. Il resto è un titolo di giornale. Ai genitori separati serve una legge. Ai loro figli ancora di più.
Avv. Antonello Talerico - Componente CNF e Consigliere Comunale




